PERCHé TANTE DONNE QUEER ARRIVANO TARDI ALLE RELAZIONI

Non sempre è paura dell’impegno, a volte è geografia

Esiste un momento abbastanza universale nella vita adulta in cui cominciano le domande.
“Ma tu?”
“Sei single?”
“Non hai ancora trovato nessuna?”

Le donne etero le ricevono, le donne queer pure. Solo che spesso partono da presupposti diversi.
Per molte persone etero, incontrare qualcuno è difficile ma socialmente previsto. La possibilità esiste quasi in automatico: scuola, università, amici, lavoro, app, famiglie che introducono altre famiglie, una rete di occasioni che può funzionare male, ma che almeno esiste.
Per molte donne queer il conto è un po’ diverso. Non necessariamente peggiore. Ma diverso.
Perché le relazioni non nascono nel vuoto. Nascono dentro geografie, numeri e possibilità concrete.

Se vivi in una grande città forse hai locali, gruppi, community, eventi, spazi dove incontrare altre donne queer senza doverle cercare con la stessa probabilità statistica con cui si cercano i tartufi. Se vivi altrove, le cose cambiano. Non sempre in modo drammatico. Ma abbastanza da influenzare i tempi della vita.

Molte donne queer crescono senza vedere molte storie che assomiglino alla loro. Non solo coppie, proprio possibilità. Per alcune significa fare coming out tardi. Per altre vivere relazioni nascoste o intermittenti. Per altre ancora spostarsi, cambiare città o costruirsi lentamente una rete che per altre persone arriva quasi per inerzia sociale.
E tutto questo ha conseguenze. Non psicologiche in senso patologico.
Pratiche.

Meno occasioni significa spesso meno esperienza.
Meno esperienza significa talvolta arrivare alle relazioni con una traiettoria diversa rispetto a quella raccontata come normale. Che poi sarebbe interessante chiedersi cosa significhi davvero “normale”.
Perché esiste una narrativa piuttosto insistente secondo cui a una certa età dovremmo avere già capito tutto: come amare, chi scegliere, come gestire i conflitti, quanto restare, quando andarcene.
Come se le relazioni fossero una materia con un programma ministeriale.
Ma non tutte le persone hanno avuto lo stesso laboratorio.

E questa non è una giustificazione.
È contesto.
Molte donne queer passano anni a pensare che ci sia qualcosa di sbagliato nel proprio timing emotivo.

Troppo tardi.
Troppo inesperte.
Troppo selettive.
Troppo indipendenti.

Poi magari guardano meglio e scoprono una cosa meno drammatica: non erano fuori tempo.
Avevano semplicemente avuto meno occasioni, meno rappresentazione e meno facilità logistica nel costruire relazioni.
Che non è poco. Perché spesso ci raccontiamo come difetto personale qualcosa che ha molto a che fare con il paesaggio in cui siamo cresciute.
E no, questo non significa che le donne queer siano destinate a relazioni più difficili o più tardive. Significa solo smettere di leggere le nostre vite con un righello progettato per altre statistiche.

Non tutte le storie iniziano presto.
Non tutte seguono la stessa sequenza.
E non tutte hanno avuto lo stesso terreno per crescere.

Forse sarebbe utile ricordarlo un po’ più spesso.

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