Perché il problema non era trovare un altro viaggio, ma cambiare il punto di vista da cui immaginarlo
Ci sono domande che sembrano inutili. Una di queste è: chi ha immaginato questo viaggio?
Quando scegliamo una destinazione guardiamo le fotografie, il prezzo, il periodo migliore per partire. Quasi mai ci chiediamo chi abbia deciso che cosa valeva la pena vedere, quali esperienze inserire nell’itinerario, quali storie raccontare e quali lasciare fuori. Eppure ogni viaggio nasce da uno sguardo.
Non esiste un itinerario neutrale, ogni viaggio è anche una storia, e le storie cambiano a seconda di chi le racconta.
È da qui che siamo partite.
Per anni il turismo LGBTQ+ ha fatto una cosa importante: ha dimostrato che era possibile viaggiare senza nascondersi e ha aperto uno spazio che prima non esisteva.
Poi, come succede in tutti i settori, si è consolidato un modo di immaginare il proprio pubblico.
Noi ci siamo accorte che, molto spesso, quello sguardo non ci assomigliava.
Non perché fosse sbagliato, semplicemente perché partiva da un’altra esperienza.
Allora abbiamo provato a capovolgere la domanda.
Che cosa succede quando il viaggio viene pensato a partire dalle donne?
Non “per” le donne.
A partire dalle donne.
La differenza sembra piccola, ma cambia quasi tutto.
Cambia il modo in cui si forma un gruppo. Cambiano le conversazioni che nascono durante il viaggio. Cambia perfino il significato di una visita guidata. Perché scegliere una guida significa anche scegliere una narrazione.
Quando possiamo lavoriamo con guide donne, professioniste queer, cooperative femminili e realtà che investono nell’autonomia economica delle donne, non perché crediamo che esista uno sguardo femminile universale, ma perché, storicamente, ne abbiamo ascoltato molto poco.
E se un viaggio è anche una storia, ci interessa ascoltarne qualcuna che finora è rimasta ai margini.
Lo stesso vale per le persone con cui si parte.
Non tutte cercano la stessa esperienza, c’è chi parte da sola, chi in coppia, chi con la propria famiglia.
Per questo abbiamo immaginato partenze diverse: viaggi aperti a donne che viaggiano da sole e a chi viaggia in coppia, e altri dedicati alle famiglie omogenitoriali con bambini piccoli.
Non per dividere le persone in categorie, ma perché il contesto cambia profondamente l’esperienza.
Per un bambino crescere vedendo che la propria famiglia non è un’eccezione può essere importante quasi quanto il luogo che visiterà. Per un’adulta, poter trascorrere una settimana senza dover continuamente spiegare chi è, può esserlo altrettanto.
È così che è nata NinaVuela.
Non da un’idea di mercato. Da una domanda.
E dalla curiosità di vedere che cosa succede quando si cambia il punto di vista da cui si progetta un viaggio.
Forse, alla fine, non cambierà soltanto il modo di partire.
Forse cambieranno anche le persone che si incontrano lungo la strada.

