PERCHé VIAGGIARE CON ALTRE DONNE CAMBIA COMPLETAMENTE L’ESPERIENZA

Negli ultimi anni sempre più donne scelgono di partire in viaggi al femminile

C’è chi lo fa perché le amiche non hanno mai le stesse ferie. Chi vuole conoscere persone nuove. Chi, dopo aver viaggiato da sola, ha scoperto che condividere un’esperienza può renderla ancora più bella.
Ma c’è un motivo di cui si parla molto meno.
Per molte donne lesbiche e queer, la differenza non è solo con chi viaggi, è tutto quello che, per qualche giorno, smetti di fare.
Smetti di chiederti se sia il caso di parlare della tua compagna, di decidere se correggere chi dà per scontato che tu abbia un marito, di valutare se tenervi per mano sia una buona idea oppure no.

Sono gesti piccoli, talmente piccoli che, per chi non li vive, possono sembrare irrilevanti.
Eppure, messi insieme, occupano uno spazio mentale enorme.

È da qui che nasce l’idea di un viaggio organizzato per donne queer.
Non dal desiderio di stare lontane dal resto del mondo.
Ma dal desiderio, molto più semplice, di vivere una vacanza senza dover continuamente spiegare chi sei.

La differenza tra essere accolte ed essere previste

Molti luoghi oggi sono LGBTQIA+ friendly.
Ed è una conquista enorme.
Ma c’è una differenza sottile tra sentirsi accolte e sentirsi previste.
Essere accolte significa che, quando arrivi, trovi qualcuno disposto a fare spazio anche per te.
Essere previste significa che quello spazio è stato immaginato pensando anche a te.
Può sembrare una sfumatura, in realtà cambia completamente l’esperienza.

Quando entri in un gruppo dove nessuno dà per scontato che tutte abbiano un fidanzato.
Quando racconti una storia senza dover cambiare i pronomi.
Quando nessuno ti chiede come mai due donne condividano la stessa camera.
Succede una cosa curiosa.
Smetti di occuparti della tua identità.
E inizi semplicemente a vivere il viaggio.
Non è una bolla

A volte ci chiedono se non sia il caso di “mescolarsi”, come se un viaggio tra donne queer fosse una fuga dal mondo. Noi la vediamo al contrario, non è una bolla, è una pausa.
È uno di quei pochi contesti in cui non serve essere la rappresentante di una minoranza, spiegare, correggere, tradurre o decidere ogni volta quanto raccontare di sé.
Per qualche giorno puoi dedicare le tue energie ad altro.
A perderti in una città.
A conoscere persone.
A ridere fino a tardi.
A discutere di politica, cinema o trekking.
Insomma, a fare quello che fanno tutte le persone quando smettono di sentirsi osservate.

E se non conoscessi nessuna?

Questa è forse la domanda più frequente.
La risposta è quasi sempre la stessa: neanche le altre si conoscono.
Anzi, è proprio questo il punto.
Non si parte perché si è già una community.
Si parte perché si ha voglia di costruirne una, anche solo per una settimana.
Alcune persone torneranno a casa con un’amica.
Altre con un gruppo WhatsApp che continuerà a suonare per mesi.
Altre ancora semplicemente con il ricordo di una vacanza in cui, per una volta, non hanno dovuto spiegare niente.
E spesso basta questo.

Il punto non è partire con persone uguali a te.
Il punto è partire con persone a cui non devi spiegare le basi.