VIAGGIARE DA SOLA NON è CORAGGIO. È LOGISTICA

Abbiamo romanticizzato parecchio la donna che parte da sola

Negli ultimi anni il viaggio in solitaria è diventato quasi un genere narrativo.

C’è la foto in aeroporto.
Lo zaino.
La playlist della rinascita.
La frase sull’indipendenza.

E soprattutto c’è lei: la solo traveler. Una figura raccontata come se avesse sempre fatto una scelta eroica, spirituale e perfettamente consapevole.
Poi però esiste la vita vera.
Ferie che non coincidono. Amiche che rimandano. Compagne che non possono partire. Relazioni finite. Soldi da incastrare. Calendari ingestibili.

Molte donne non viaggiano da sole per dimostrare qualcosa.
Viaggiano da sole perché, molto più banalmente, se aspettassero la compagnia ideale finirebbero per non partire mai.
E questa non è epica.
È organizzazione.

Il punto non è criticare il viaggio in solitaria, che può essere bellissimo, ma la narrativa che gli abbiamo costruito attorno. Perché a un certo punto abbiamo trasformato una modalità di viaggio in una prova morale.
Se parti da sola sei coraggiosa.
Indipendente.
Libera.
Evoluta.
Se preferisci partire con qualcuno, invece, quasi devi giustificarti.
Come se l’autonomia femminile fosse diventata un esame continuo da superare.

È una storia che conosciamo bene.
Le donne vengono spesso incoraggiate a dimostrare di sapersela cavare. E questo, in sé, non è un problema. Il problema è quando ogni scelta personale diventa una dichiarazione identitaria.

Viaggiare da sole può essere una conquista.
Ma può anche essere solo un modo pratico di stare al mondo. Per alcune donne è libertà pura. Per altre è necessità. Per altre ancora è semplicemente la soluzione più semplice.
E forse sarebbe utile dirlo più spesso. Perché intorno al viaggio da sola si è creata una mitologia curiosa: quella della donna che finalmente non ha bisogno di nessuno.
Che suona bene, finché non diventa un obbligo implicito.

La verità è che non tutte desiderano la stessa esperienza.
C’è chi ama la solitudine del viaggio e chi la trova faticosa.
Chi si sente energizzata e chi, dopo tre giorni, avrebbe voglia di condividere un tramonto, una cena o anche solo qualcuno con cui commentare quanto fosse terribile quel treno.
E nessuna di queste opzioni dice qualcosa sul valore di una persona.

Per le donne queer, poi, il tema si complica ancora un po’. Perché spesso il viaggio da sole non nasce da un ideale romantico ma da una statistica abbastanza semplice: non sempre è facile trovare persone con cui condividere tempi, interessi, geografia o identità. Così molte imparano presto a fare da sé. Che è una competenza utile, certo. Ma non sempre è una vocazione. A volte ci raccontiamo come scelta radicale qualcosa che era nato semplicemente dall’adattamento. E forse questa è la parte meno raccontata.
Non tutte vogliono partire da sole.
Non tutte vogliono partire in coppia.
Non tutte vogliono trasformare una vacanza in un esperimento esistenziale.

La maggior parte delle persone, probabilmente, vuole soltanto stare bene. E allora forse il viaggio da sola non è automaticamente coraggio. A volte è desiderio. A volte è libertà. A volte è pragmatismo.

E a volte è solo logistica.

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